quando un fratello è malato: DON PIERO ti abbracciamo tutti

 

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Don Piero, parroco di Camponogara e Campoverardo è ricoverato in Ospedale per un malore che lo ha colpito alcuni giorni fa in Canonica.
La sofferenza e la fragilità delle persone, delle persone a cui vogliamo bene: pagine mai facili da vivere.
Ci sentiamo tutti insieme, vicini a don Piero e vogliamo fargli sentire tutto il nostro affetto e augurargli di riprendersi presto.
La nostra preghiera e la nostra amicizia che chiediamo al Signore di illuminare con la sua presenza, con gesti di bene, di attenzione.

Facciamo nostre le parole di un grande uomo di Chiesa, il Vescovo DON TONINO BELLO.
In una delle sue ultime lettere, già gravemente malato, scrive alle persone che soffrono dedicando loro parole e pensieri “di vicinanza” bellissimi.

Le proponiamo come riflessione e preghiera che vogliamo fare insieme.
DON PIERO ti siamo vicini, ti aspettiamo…

 

Carissimi fratelli ammalati,

sono contento di stare, in questo meriggio, qualche minuto insieme con voi, sia pure facendo mi solo ascoltare e non vedere. Ma non importa: tra non molto spero anche che il nostro volto reciprocamente possa essere svelato l’uno all’ altro.

Festa dell’ammalato, festa del Risorto

Oggi celebriamo la giornata dell’ ammalato e dalle quattro città sono convenuti tanti sofferenti in Cattedrale, per vivere non un momento di mestizia, non un momento di tristezza sia pur sublimata, non una liturgia consolatoria. No! Non stiamo qui col muso lungo. Non stiamo qui a lamentarci. Non stiamo qui a presentare l’antologia dei nostri dolori. Non stiamo facendo la mostra delle nostre disavventure di salute. Siamo venuti per esprimere una grande solidarietà. Prima di tutto con Gesù Cristo. Il Risorto. L’amante della Vita. Egli è il capo del nostro sindacato. Sì, è il capo del sindacato degli ammalati, dei sofferenti, e quindi oggi vogliamo esprimere a lui tutta la nostra prossimità. E poi vogliamo esprimere anche tanta solidarietà verso gli altri fratelli che stanno accanto a noi, che soffrono dolori più atroci, o meno violenti o uguali ai nostri: non ci è dato di fare misurazioni. Qui ognuno si porta in gola il suo groppo di amarezze che poi si scioglie in un empito di speranza, di gioia, di luce: doni della Pasqua del Signore.

Ebbene, che cosa vogliamo fare, oltre che pregare per noi, per la nostra buona salute, per la salute degli altri, per la salute dei nostri cari? Che cosa vogliamo fare oggi? Come intridere la nostra vita nei sapori della Risurrezione?

Contestatori stabili del mito dell’efficienza

Vi porgo alcune riflessioni soltanto, come ve le può offrire un vostro collega. Perché anch’io quest’ anno sono, insieme con voi, partecipe di questo mistero della sofferenza che mi onora e mi rende contento perché mi avvicina di più a Gesù Cristo.

Una prima riflessione. Oggi il mondo corre sui binari dell’ efficienza: produrre, produrre produrre… Scivola sulle strade a scorrimento veloce del produttivismo: se non produci, se tu non fai niente, se non riesci a costruire nulla nella società, a che servi? Oggi il mondo vola sulle grandi carreggiate delle realizzazioni concrete per cui chi non produce, chi non è efficiente, chi non mette sul mercato della vita i valori così banali delle cose, dell’ affare, del business… non conta nulla. Oggi, purtroppo, questo è il criterio predominante: il binario dell’ efficienza.

Di fronte a questo meccanismo dèll’efficienza che stritola i più deboli, che cosa stiamo a fare noi ammalati? Che senso ha il nostro continuare a vivere? Costretti su lettighe di dolore, handicappati, gente lacerata da mille sofferenze fisiche prodotte da un tumore selvaggio («il drago che rode dentro», diceva Davide Maria Turoldo che è morto l’anno scorso proprio per il male del secolo, come lo chiamano. Speriamo che sia il male del secolo! Perché avrebbe ormai pochi anni di vita. E forse potremmo farcela pure noi a scavalcare questi sette anni che ci mettano a riparo nel secolo nuovo). Dunque, dicevo: che stiamo a fare noi, gente lacerata da tanto dolore che ti immobilizza e ti inchioda sulla sedia a rotelle? Gente stritolata da un male congenito, che affonda le radici proprio alle origini della esistenza: ciechi nati, sordomuti, poveri, handicappati, oligocefali? Gente schiacciata dalle conseguenze nefaste di un incidente stradale, oppure mutilata sul lavoro, che ti ha stroncato i progetti nei quali si erano riposte mille speranze e tante attese così puntigliosamente disegnate a tavolino? Che ci stiamo a fare? C’è pure per noi un ruolo da giocare? Non con il compianto di chi ci sta attorno e neppure col pregiudizio di chi pensa alla nostra funzione come a qualcosa di estremamente marginale, e, non di essenziale, per la vita del mondo?

Ma che cosa è diventata questa sera la nostra splendida Cattedrale: hangar dove sono convenuti in deposito i carrozzoni umani fuori uso? Garage delle macchine che non servono più? Che cosa siamo noi: mendicanti in cerca di pietà?, poveri in cerca di surrogati di speranza?

Senza il dolore di Cristo e dei suoi fratelli, il mondo si scompenserebbe

A questo punto vorrei far esplodere fortissimo il mio «No!». No, non è così.

Attenzione, perché qualche volta, soprattutto nei momenti di disperazione (non di disperazione, perché un credente non si lascia assoggettare alla disperazione), nei momenti di caduta di tono, potremmo soggiacere anche noi a questa tentazione.

Vedete, vi dico una cosa. Se noi dovessimo lasciare la croce su cui siamo confitti (non sconfitti) il mondo si scompenserebbe. È come se venisse a mancare l’ossigeno nell’ aria, il sangue nelle vene, il sonno nella notte.

La sofferenza tiene spiritualmente in piedi il mondo. Nella stessa misura in cui la passione di Gesù sorregge il cammino dell’universo verso il traguardo del Regno. In questo Gesù è il nostro capo. Bellissimo, stasera, sentircelo al centro, Gesù. Lui confitto su un versante della croce e noi confitti, sull’ altro versante della croce, sul retro.

Gesù comunque è in mezzo a noi. È toccabile. E quando abbiamo bisogno di lui non è necessario urlare: basta chiamarlo, perché sta appena dietro di noi. Gesù è il nostro capo. È il capo delle nostre attese. E noi, turbe di ammalati, abbiamo lui come responsabile del nostro sindacato.

Noi dovremmo sentirci fieri di questa chiamata: perché si tratta di vocazione.

È Gesù il centro. È lui che conta. È lui il capo. È lui che sta seduto accanto a noi quando gridiamo a causa del dolore, oppure ci muoviamo sotto le £lebo, oppure non riusciamo a stare fermi né sopra un materasso di lana né sopra un letto di piume. È lui che si mette accanto a noi e ci dice che ci ama e che ci vuole bene.

Da una parte c’è lui. E dall’altra c’è lei, Maria, la nostra dolcissima madre, la regina degli infermi. Salus infirmorum: colei che viene incontro e mette la mano sulla fronte dei suoi figli febbricitanti e percepisce subito la temperatura senza aver bisogno di termometri. E non ha bisogno di chiedere per sapere del nostro stato di salute, perché lei lo afferra a volo guardandoci negli occhi.

E la vostra tristezza si cambierà in gioia

E ora, perché il nostro lamento si trasformi in danza, vorrei aggiungere qualcosa.

Non dobbiamo vergognarci della nostra malattia. Non è qualcosa da tenere nascosta. Non è un tabù. È, come dire, quella parte della nostra carta di identità che ci fa rassomigliare di più a Gesù Cristo. Come facciamo a tenerla nascosta? È una tessera di riconoscimento incredibile, straordinaria. Non dobbiamo vergognarci della nostra malattia. Dobbiamo esserne fieri.

Inoltre dobbiamo lottare contro la malattia. Dobbiamo lottare, mai rassegnarci. Mai rassegnarci, come non si è mai rassegnato Gesù.

Gesù, Maria, non sono state mai delle persone rassegnate. Hanno sempre combattuto fino all’ultimo. E anche per noi ci deve essere lo stesso coraggio. «Se sappiamo lottare in piedi dobbiamo saper lottare anche in ginocchio», diceva Seneca a un gladiatore.

Quindi coraggio a tutti quanti. Il Signore Gesù è con noi. Tanti amici sono con noi. Ci vogliono bene.

Non abbiamo paura della solitudine! Perché nel mondo ancora non si è disseccata la buona radice delle anime generose.

Finalmente, per vivere con fede la nostra dolorosa vicenda, ricordiamoci che la malattia non è il frutto dei nostri peccati personali. Qualcuno potrebbe pensare questo e dire: «Signore, cosa ho fatto io per meritare tutto questo?», oppure, come dicono i nostri anziani, «tutti io te li ho messi i chiodi sulla fronte perché dessi a me tanto dolore?».

La malattia non è frutto dei nostri peccati personali. Perché il Signore non dà la sofferenza e il dolore a seconda dei meriti e dei demeriti di una persona. Tutto ciò che riguarda la sofferenza è un mistero che ci trascende e che va oltre di noi.

Abbandono al fratello come segno dell’abbandono in Dio

E poi (lo sto sperimentando io in questi giorni), con la malattia dobbiamo fare l’esperienza dell’umiltà, dell’abbandono, dell’affido. Chi è abituato a una certa fierezza, ha pudore a lasciarsi servire dagli altri. Teme di dare fastidio ai parenti, agli amici. Soffre quando vede che gli altri si trovano in disagio per lui. Non sperimenta quell’abbandono disteso nelle braccia dell’ amico, cioè di chi ti vuol bene. Nelle braccia del Signore forse sì, ma nelle braccia dell’ amico no. Allora dobbiamo fare esperienza dell’ abbandono. Questa esperienza dell’ abbandono nelle braccia di chi ti vuol bene è segno. Segno e forse anche strumento dell’ abbandono totale nelle braccia di Dio. E in questo consiste la fede teologale.

Tanti, tanti auguri carissimi fratelli.

Il Signore vi benedica insieme con tutti coloro che vi stanno accanto e che vi danno una mano perché la vostra salute rifiorisca.

DON TONINO BELLO

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